Giustizia corporativa
Nello sviluppo figurativo del primissimo Novecento la scultura aveva prodotto alcuni sperimentazioni estremamente interessanti, soprattutto nell’opera di Boccioni e Modigliani. Ma la prima voce veramente antiaccademica fu quella di Arturo Martini, autodidatta, dato che la sua formazione non avvenne frequentando a Monaco,ventunenne, lo studio di Adolfo Hildebrand, ma piuttosto dall’attenta osservazione a Venezia della plastica di Medardo Rosso e a Parigi, poco dopo, tra il 1911 e il 12, delle sculture di Maillol, Boccioni e Modigliani. A Milano, nel 1921, entra a far parte del gruppo “Valori plastici”, con Savinio, De Chirico e Morandi e successivamente, di “Novecento”. Partito da formulazioni di un arcaismo astratto, dagli anni ‘20 Martini perde ogni astrattezza cerebrale per acquisire una maggiore e più autonoma scioltezza, fondendo le amate suggestioni per la plastica arcaica con una visione più umana e ricca di pathos, evidente in opere come Il Figliuol Prodigo dell’Opera Pia Ottolenghi. Nelle opere del decennio successivo tale tendenza si fa ancora più evidente, come nell’atmosfera sospesa di Sogno, in terracotta, del 1931 e nella giovanile baldanza guizzante del Tobiolo, in bronzo, del 1934. Di questo stesso anno è I Dioscuri, che mantiene in sé la profondità del pathos martiniano unito ad un modellato asciutto e ritmato da morbide carezze volumetriche. A partire dagli anni successivi ed in particolare dalla decorazione del palazzo di Giustizia di Milano, dove per volontà del progettista, l’architetto di regime Marcello Piacentini, egli lavora, nel 1939, al fianco di Campigli, Fontana, Manzù e Sironi, la sua scultura diviene monumentale e compositivamente più complessa. Il modelletto in bronzo in scala uno a cinque, proveniente dal suo collezionista francese Carlo Mathon, per l’altorilievo realizzato in marmo in marmo, di quasi cinque metri per cinque, Giustizia fascista o meglio, Giustizia corporativa, anticipa la maestosità classica dell’opera realizzata con equilibrata eleganza, di matrice rinascimentale.Nel bozzetto bronzeo per il Monumento a Tito Livio del 1942 al Liviano dell’Università di Padova si coglie l’operazione di semplificazione, di pulizia formale in atto, eliminazione di ogni orpello per giungere all’essenziale. Con altrettanta semplicità, sono le parole dell’artista stesso a Gino Scarpa a definire nel modo più vero la limpida essenza di quest’opera: “Il Tito Livio, tutto quello che si può fare senza rovinare un’immagine. I sandali romani sono copiati. Ti toglie il fiato, Livio è un bambino che si inginocchia e scrive tutta la vita”.

