San Martino e Sant'Antonio Abate
Per la datazione di questa pala bisogna far riferimento ad un contratto del marzo 1580, nel quale Jacopo si impegna a realizzare per la confraternita bassanese di San Giuseppe un’opera che fosse simile nella forma a questa, che dunque dobbiamo immaginare di poco precedente e datata intorno al 1578.
In quest’opera, proveniente dalla chiesa di Santa Caterina, Jacopo si libera dalle preoccupazioni prospettiche tipiche delle opere d’ispirazione paesistica e si concentra particolarmente sulla resa dei due santi, accostati qui senza che tra essi ci sia alcun rapporto. Mentre, infatti, San Martino, in sella al suo cavallo bianco è intento a tagliare il proprio mantello per donarne la metà al povero rappresentato di spalle in primo piano, sant’Antonio Abate, accompagnato dal fuoco, suo attributo e dal maiale, che diviene un altro suo attributo a causa della credenza che il lardo che da esso si ricava fosse un valido antidoto contro il cosiddetto “fuoco di Sant’Antonio”, si mantiene indifferente nei confronti della scena e continua a leggere il grosso volume che tiene sulle ginocchia.
Viene dunque rappresentata un’apparizione fantastica, lontana da ogni intento naturalistico e dalla ricerca di elementi realistici, come si può osservare anche sullo sfondo, dove, sulla destra, stagliato contro un tramonto tessuto di rosa e di azzurro, è il Golgota, con le figure del Crocifisso, della Vergine e di san Giovanni, sapientemente rese, con poche pennellate in qualche centimetro di pittura.
La presenza di questo soggetto trova riscontri nella letteratura patristica sulla vita di san Martino.
Abbandonata qui la ricerca del quotidiano o del naturale, Jacopo non tralascia la sperimentazione pittorica, che qui si traduce nel ricorso ad una pennellata grassa, condotta con colpi decisi, che obbliga lo spettatore ad allontanarsi per ricostruire l’immagine.

