Autoritratto

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Considerato il massimo esponente dell’arte naïf italiana, Antonio Ligabue aveva in sé una sensibilità innata per il colore, un istintivo talento scenico, una passione ancestrale per il mondo animale, che egli fa divenire, con il suo sapor di fiaba, protagonista assoluto del proprio chimerico universo. Volpi, leopardi, gatti, cavalli e buoi, in decine e decine di varianti, si aggirano e si infrattano lungo le rive del Po,  nella Bassa padana, nelle campagne emiliane, tra i pioppeti, nei luoghi solitari dove l’artista stesso si rifugiava, inseguito dai propri fantasmi.Nonostante fossero numerosi gli estimatori delle sue opere e dei suoi soggetti, che dagli anni Cinquanta tradusse anche in terracotta, la prima, vera codificazione del suo talento artistico avvenne molto tardi, con una grande esposizione presentata a Roma, alla Galleria La Barcaccia, nel 1961. Nel 1965, poco dopo la sua morte, la Quadriennale di Roma gli dedica una importante retrospettiva che lo fotografa, isolato, incontrollabile, asociale, solitario, introverso, bizzarro, umanissimo maestro del Novecento italiano.

L’arte istintiva ed apparentemente primitiva di Antonio Ligabue ha le sue radici in un profondo disagio psichico derivato da drammatici accadimenti della sua vita. La sua follia, il suo senso diverso della vita, è un tutt’uno inscindibile con la sua pittura, selvaggia, imprevedibile, estraniata dal mondo reale e popolata da un bestiario infinito e magico che abita più nella sua mente che nell’universo tangibile.Autodidatta, deve al sostegno dello scultore Mazzacurati le conoscenze tecniche della pittura ad olio e l’ acquisizione di una nuova padronanza del suo talento. Grazie a questo incontro, Ligabue inizia una vita artistica e professionale anche economicamente più regolare, interrotta da momenti di crisi psichica che lo trascinò più e più volte tra le mura del manicomio.

Pubblicato e aggiornato: lunedì, 08 ottobre 2012