Maschera teatrale dedicata a Vittorio Morpurgo
Basaldella è uno degli artisti più raffinati della metà del secolo, ricco di eleganti suggestioni culturali, e al tempo stesso di grande libertà inventiva L’opera esposta fa parte del ciclo delle Maschere, realizzato nei primi anni Sessanta con materiali diversi, qui legno e bronzo, ma anche con elementi di recupero, scarti industriali, oggetti d’uso quotidiano riadattati e rielaborati, fino allo “stirofoam”, una sostanza simile al polistirolo lavorata ad incandescenza. L’eleganza della scultura esposta esemplifica con estrema chiarezza il pensiero artistico di Mirko, la sua attenzione alla valenza della luce, alla profondità dei volumi, sovrapposti come petali di un grande fiore onirico, che dà spazio e libertà alla fantasia del fruitore. Come scrisse Cesare Brandi, la scultura di Mirko Basaldella costituisce “un fatto plastico ininterrotto ma non uniforme, un seguito di inattesi trapassi formali”, che nel tempo si sarebbero liberati dalla forte “suggestione di quei fatti plastici, fisici, funzionali, organici, che nei corpi viventi rispondono al nome di muscoli”. Egli stesso scriveva che “il linguaggio plastico, come qualsiasi pensiero espresso, ha una sua logica coordinata tutta particolare con radici umane profonde, trasmette idee evoca sentimenti, racconta la vita delle cose e degli uomini”, consegnandoci la migliore analisi possibile del contenuto della sua arte.Allievo di Arturo Martini a Venezia, lasciò la città lagunare nel 1933per trasferirsi a Roma, dove conobbe Scipione, Fazzini, Leoncillo, e soprattutto Corrado Cagli del quale sposò la sorella. La sua arte, presentata a Roma ed a New York negli anni ’30 e ‘40 trova riscontri presso il pubblico e la critica, che apprezza la sua meditata evoluzione da uno pseudo- espressionismo elegante e raffinato ad un classicismo legato a richiami quattrocenteschi, tra Donatello e Michelangelo. Negli anni postbellici sceglie un linguaggio neometafisico e realizza sculture policrome in materiali diversi spesso in dimensioni monumentali, che citano l’arte classica. Basti citare il notissimo Cancello del Mausoleo delle Fosse Ardeatine, eseguito in bronzo tra il 1949 e il 1951, o la grande croce per il Monumento ai caduti italiani per la libertà, del 1954, eretto a Mathausen dall’architetto Mario Labò in ricordo del figlio Giorgio, partigiano fucilato a Roma, utilizzando le pietre della cava che i deportati erano costretti a trasportare a spalla. Già dal 1957 si era stabilito negli Stati Uniti, dove aveva assunto l’incarico di direttore del Design Workshop presso l’Harvard University di Cambridge.

